“I farmaci non funzionano nei pazienti che non li assumono”: l’ironica affermazione del pediatra americano Everett Koop è evidentemente lapalissiana, tuttavia la sua ovvietà non sembra essere completamente recepita, considerando che la mancata aderenza alla terapia farmacologica rappresenta un problema crescente nei pazienti colpiti da infarto, soprattutto nella fase immediatamente successiva alle dimissioni.

I numeri dicono che circa il 34% dei pazienti sospende almeno uno dei farmaci prescritti entro il primo mese di terapia, mentre il 12% li sospende addirittura tutti.

Le ragioni vanno probabilmente ricercate nella scarsa motivazione, in un’informazione inadeguata, nella complessità della terapia, oltre che in fattori economici – soprattutto all’estero – ma ciò che in ogni caso più conta è che risulta dimostrato come la mancata aderenza al trattamento determini aumento di eventi avversi e mortalità, oltre a inutili spese sanitarie.
La scarsa compliance in definitiva non è legata soltanto alla negligenza del paziente, ma coinvolge più in generale l’intero sistema sociale e sanitario.
La strategia di miglioramento dell’aderenza terapeutica dovrebbe quindi partire da una migliore comunicazione, magari con precise istruzioni durante la fase di ospedalizzazione, dalla creazione di un costruttivo dialogo medico-paziente, dalla semplificazione della terapia e dalla sensibilizzazione trasversale di Specialisti e Medici di Medicina Generale.