Uno studio condotto in una delle aree dal clima più rigido del pianeta (Canada) lancia l’allarme su freddo e rischio cardiovascolare. E l’azione anti-aritmica degli acidi grassi PUFA-n3, Omega 3, presenta una valida prevenzione, in particolare nei soggetti già colpiti da infarto. Infatti non ci si riferisce a eventuali conseguenze “tragiche” di raffreddori e bronchiti, ma a problemi quali infarto e ictus.

La ricerca in oggetto, presentata nell’agosto 2015 al Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) dal Dott. Shuangbo Liu dell’Università di Winnipeg (Canada), dimostra infatti che la discesa del termometro procede di pari passo con l’aumento delle forme più gravi di infarto del miocardio (STEMI).

Non si può in effetti parlare di una nuova scoperta, perché in dottrina è nota da tempo la correlazione tra basse temperature ambientali e rischi per il cuore, ma il particolare valore di questo studio consiste nell’essere riuscito a quantificare con precisione l’aumento della percentuale di rischio.

Analizzando retrospettivamente più di 1.800 casi in un periodo di 6 anni, in pratica è emerso che ogni abbassamento di 10 gradi corrisponderebbe a un aumento del rischio di infarto STEMI del 7%. cuore-freddo-graficoCome sottolineato dallo stesso Dott. Liu, ai fini di una corretta prevenzione sarebbe importante divulgare e far conoscere alla popolazione questi dati, perché grazie all’affidabilità ormai raggiunta dai modelli di previsioni meteo c’è la concreta possibilità di prevedere con due giorni di anticipo un’eventuale “ondata” di infarti e fornire una risposta terapeutica adeguata.

Una strategia vincente potrebbe essere rappresentata dall’impiego di farmaci a base di acidi grassi PUFA Omega-3, in particolare nei pazienti già colpiti da infarto: assunti alla dose di 1 g al giorno si sono dimostrati un efficace trattamento di prevenzione contro un secondo evento vascolare, grazie in particolare alla loro azione anti-aritmica.
Gli Omega-3 un’arma in più contro i problemi cardiovascolari “stagionali”, grazie a quest’ultima preziosa caratteristica.

Potrebbe davvero trattarsi di uno scenario realistico, anche in base ai risultati di un secondo studio condotto a Taiwan dal Dott. Tze-Fan Chao, che mette in relazione le basse temperature con l’aumento del rischio di ictus in pazienti con fibrillazione atriale.
Prendendo in considerazione circa 290.000 pazienti fibrillanti tra il 2000 e il 2011, e incrociando i loro dati con quelli delle temperature medie del Paese, il Dott. Chao ha riscontrato un aumento del 19% del rischio di ictus durante l’inverno; in particolare, una riduzione della temperatura giornaliera di 5 gradi nei 14 giorni precedenti l’ictus determinerebbe un rischio del 13% superiore.
La ragione sarebbe da ricercare nell’azione pro-coagulante determinata dalle basse temperature, particolarmente pericolosa in presenza di fibrillazione atriale, la più comune aritmia cardiaca che da sola può far crescere il rischio di ictus di ben 4-5 volte.