Quando è necessario ricorrere a un’angioplastica coronarica? Come viene eseguita la procedura? Esistono rischi o controindicazioni? Cerchiamo di chiarire i principali dubbi su uno degli interventi al cuore più diffusi in assoluto a livello mondiale.

Quando si deve ricorrere all’angioplastica

L’Angioplastica Coronarica Transluminale Percutanea (PTCA), o più brevemente soltanto angioplastica, è una procedura impiegata per dilatare le arterie che portano il sangue al cuore, nata quasi 40 anni fa e ancora oggi molto diffusa nella terapia delle coronopatie, in seguito a infarto, o comunque a occlusione totale o parziale di un vaso a causa delle placche aterosclerotiche.
“L’inventore” di questa tecnica, un certo Dott. Gruentzig, nel 1976 ebbe l’idea di inserire un palloncino sgonfio all’interno di una coronaria ristretta a causa della placca, per gonfiarlo poi progressivamente, allargando il vaso fino a permettere di nuovo un normale flusso di sangue verso il cuore.

Come si esegue l’intervento di angioplastica?

Da allora, il concetto di fondo di questo semplice ma allo stesso tempo sofisticato procedimento non è cambiato, e attualmente ogni anno nel mondo vengono eseguite circa 6-700.000 angioplastiche.
Il progresso tecnologico ha ormai reso l’intervento una pratica molto rapida e sicura, effettuabile senza bisogno di incisioni e nemmeno di anestesia generale, ma vediamo in sintesi come si esegue.

Innanzitutto è necessaria una visualizzazione dell’interno della coronaria ostruita, da effettuarsi tramite coronografia, per identificare con precisione il punto in cui intervenire, grazie a un liquido di contrasto. In pratica viene inserito nell’arteria un tubicino dentro il quale passa prima il catetere per la coronografia, e in seguito quello cosiddetto “a palloncino” per l’esecuzione dell’angioplastica vera e propria.

Questo particolare catetere viene fatto avanzare fino all’occlusione; a quel punto si procede con il suo gonfiaggio (2-4 mm di diametro), così da premere la placca aterosclerotica contro le pareti dell’arteria, ripristinandone un diametro adeguato.
Un perfezionamento successivo della tecnica, prevede l’inserimento di uno “stent” nel tratto di coronaria dilatata dall’angioplastica. Si tratta semplicemente di un piccolo cilindro in maglia di rete metallica che dovrebbe assicurare nel tempo il corretto flusso sanguigno. Per alcune tipologie di pazienti, si possono anche impiegare stent “medicati”, ovvero ricoperti da un farmaco a lenta cessione volto a impedire nuove occlusioni dell’arteria.

Cosa succede dopo l’intervento di angioplastica?

post infarto, l'intervento di angioplasticaI tempi di guarigione sono decisamente brevi, di solito con una degenza di appena 24/48 ore.
Le percentuali di successo dell’angioplastica sono molto elevate, intorno al 90%, e dopo l’avvento degli stent si è anche notevolmente ridotto il rischio del ripresentarsi dell’occlusione (restenosi). In questo caso, indipendentemente dall’uso di uno stent, è comunque possibile effettuare una nuova angioplastica.

In definitiva, questo procedimento si può considerare quasi di “routine”, tuttavia va segnalato che qualche rischio non può naturalmente essere escluso a priori: pazienti over 75, oppure che soffrono di insufficienza cardiaca o renale, o di altre patologie quali il diabete, potrebbero andare incontro a complicazioni.

Per quanto riguarda il trattamento da seguire successivamente, viene sempre prescritta una terapia a base di anticoagulanti o antiaggreganti, per limitare il rischio di formazione di trombi, soprattutto a livello di un eventuale stent.

Su questo fronte, un importante supporto terapeutico arriva anche dalle preparazioni farmaceutiche di acidi grassi Omega-3 (PUFA n-3), la cui somministrazione in misura di 1 grammo al giorno si è dimostrata efficace nella prevenzione secondaria dell’infarto. In caso di angioplastica e stent, gli Omega-3 tendono a ridurre l’aggregazione piastrinica, rendendo in pratica il sangue più fluido e ostacolando la formazione di eventuali trombi.