Ogni persona reagisce in modo differente all’assunzione di un farmaco sia per la sua specifica costituzione (differenza di genere, età, peso, ecc.), ma anche perché spesso la dieta e lo stile di vita possono influire in maniera significativa sull’azione e l’efficacia di un principio attivo.
In particolare, alcuni alimenti ed alcune bevande sono in grado di interagire con specifici farmaci (interazione farmaco-cibo).

Cosa si intende per interazione farmaci-alimenti? È quella situazione in cui un alimento – e in particolare una o più sostanze in esso contenute – influenza l’attività di un farmaco, modificandone gli effetti in potenza ed efficacia (li diminuisce o li aumenta), o addirittura produce essa stessa un nuovo effetto.

La maggior parte delle interazioni cibo-farmaco sono causate da cambiamenti nell’assorbimento gastrointestinale del farmaco. In particolare, alcuni componenti presenti negli alimenti possono:

  • “chelare” – ossia “intrappolare” – un principio attivo, rendendolo inefficace;
  • alterare il pH gastrico, la motilità gastrointestinale;
  • influenzare le proteine di trasporto presenti sulle cellule della mucosa gastrica, come la P-glicoproteina, condizionando l’assorbimento del farmaco.
Alcuni componenti possono, invece, intervenite col metabolismo del farmaco, in quanto influenzano l’attività di particolari enzimi (strutture deputate al metabolismo dei farmaci), modificandone la biodisponibilità – ossia la frazione di farmaco che arriva nel sangue – e quindi l’efficacia.

A quali alimenti specifici (o cibi in generale) si deve porre attenzione se si stanno assumendo…
Ipocolesterolemizzanti: statine
I farmaci ipocolesterolemizzanti sono usati per abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. Questi agiscono inibendo un enzima importantissimo per la sintesi del colesterolo endogeno (prodotto dal nostro stesso organismo).
  • Il succo di pompelmo – Nel caso delle statine, simvastatina e lovastatina, che hanno una biodisponibilità di appena il 5%, il consumo di tale succo determina un aumento di 15 volte della loro concentrazione nel sangue; mentre l’atrovastatina va incontro ad un aumento di solo 2-5 volte. Questo perché, tra tutti i succhi di frutta, quello di pompelmo possiede un alto grado di interazione – non solo con le statine, ma con quasi tutti i tipi di farmaci – alterandone la metabolizzazione. Contiene infatti alcune sostanze (bioflavonoidi e furocumarine) che impediscono all’organismo di smaltire le medicine assunte. In particolare, a livello intestinale, esse bloccano le funzioni della cosiddetta P-glicoproteina e nel fegato inibiscono l’apparato di demolizione del farmaco: i citocromi. Il risultato è facilmente intuibile: i farmaci si accumulano rapidamente nel sangue con un aumento progressivo della biodisponibilità, frazione di farmaco disponibile nel sangue, che può raggiungere anche una dose tossica.
  • Pectina, crusca di avena, fibre – Il loro consumo (la pectina è contenuta soprattutto nella frutta, ad esempio nelle mele, nelle prugne e negli agrumi) determina una riduzione dell’assorbimento della lovastatina. Diete ricche di fibre, in generale, possono ridurre l’efficacia di altre statine quali la simvastatina, pravastatina e fluvastatina.
Inoltre, la contemporanea somministrazione di statine con il cibo, di qualsiasi natura, può ridurre la loro efficacia farmacologica e aumentare il rischio di reazioni avverse, come miopatia (alterazioni del sistema muscolare) o rabdomiolisi (grave danno del tessuto muscolare scheletrico).
Anticoagulanti: Warfarin
Il warfarin è un anticoagulante orale utilizzato per prevenire eventi trombo-embolici. Il suo meccanismo d’azione è dovuto alla capacità di contrastare le funzioni della vitamina K, essenziale per l’attivazione della coagulazione.
  • Broccoli, cavoletti di Bruxelles, cavolo, prezzemolo, spinaci – Tali alimenti devono essere consumati con moderazione, ma non necessariamente esclusi, in quanto ricchi di vitamina K. Essi interferiscono con il meccanismo d’azione del warfarin e ne riducono l’effetto anticoagulante.
  • Succo di mirtillo – I flavonoidi in esso contenuto inibiscono l’azione di alcuni enzimi della famiglia del citocromo P-450, che metabolizzano il warfarin, aumentandone la dose nel sangue, con il rischio di accumulo tossico.
  • Soia – Contiene molta vitamina K che, come già detto, inibisce l’azione del farmaco.
  • Succo di pompelmo – Anche in questo caso, è prudente evitarne il consumo perché inibisce, anche se in maniera minore rispetto al mirtillo, alcuni citocromi riducendo l’azione del farmaco.
Farmaci antipertensivi: beta-bloccanti, diuretici
I beta-bloccanti, utilizzati per la cura della pressione alta, agiscono a livello del cuore, riducendo l’azione che l’adrenalina esercita su tale organo.
  • Alcol – Durante la terapia con gli antipertensivi è opportuno evitare il consumo di alcol, poiché questo ne riduce l’azione e ne aumenta gli effetti sfavorevoli (sonnolenza e vertigini). Vanno evitate anche le piccole quantità, come quelle contenute in alcuni dolci o cioccolatini.
  • Liquirizia, sale, caffeina – Altro alimento da tenere sotto controllo è la liquirizia (che contiene glicirrizina e acido glicirretico), in quanto aumenta i livelli della pressione, vanificando l’azione dei beta-bloccanti e dei farmaci antipertensivi, in generale. Durante una cura con antipertensivi vanno, in generale, evitati tutti quei cibi che causano un aumento della pressione, come ad esempio sale e caffeina.
  • Succo di pompelmo – Anche per i beta-bloccanti va evitato il succo di pompelmo, perché determina un aumento del farmaco nel sangue, fino a raggiungere dosi tossiche.
Alcuni diuretici, comunemente utilizzati come antipertensivi, possono determinare un aumento dei livelli di potassio (risparmiatori di potassio). Pertanto, in questo caso l’FDA consiglia di evitare gli alimenti ricchi di potassio:
  • banane
  • arance
  • verdure a foglia verde
  • sostituti del sale che contengano potassio.