Il Dott. Antonio Amico, Consigliere Nazionale ANMCO – Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, e Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia UTIC degli Ospedali di Copertino e di Galatina (LE), parla del ruolo della terapia con i farmaci di Omega-3 nella prevenzione cardiovascolare, e dell’importanza di associarla a un approccio dietologico equilibrato.
 

Tracciamo un quadro del ruolo degli Omega-3 all’interno del percorso terapeutico del paziente a rischio o che ha già subito un infarto.

Gli acidi grassi Omega-3 hanno una storia molto lunga, come sostanze benefiche che vengono dalla natura, ma che poi hanno assunto un ruolo anche terapeutico.
I dati riguardanti queste sostanze oggi appaiono consolidati nella letteratura scientifica, ma non si riferiscono alla loro presenza negli alimenti: stiamo infatti riferendoci a farmaci, con un importante effetto farmacologico riconosciuto a carico delle aritmie cardiache, oltre che del metabolismo lipidico, per quanto riguarda l’ipertrigliceridemia. Gli Omega-3 hanno una loro posizione ben definita all’interno di un percorso relativo in particolare al post-infarto: oggi noi ne conosciamo perfettamente le indicazioni, e li utilizziamo con successo in base ai risultati di diversi studi scientifici.
C’è da dire che per ragioni di spesa sanitaria la nota 94 AIFA ne limita la rimborsabilità a un periodo temporale di 12-18 mesi dopo l’infarto, ma appare evidente che, non essendo comunque documentato alcun effetto collaterale nell’uso di queste sostanze, la loro somministrazione anche al di fuori di questa finestra temporale non può che avere conseguenze positive.
Gli Omega-3 hanno importanti risvolti biologici e, come accade con tutti i farmaci di carattere metabolico, i risultati vanno immaginati in trattamenti di lunga durata. È dunque necessario far capire al paziente con scompenso cardiaco che un’aderenza terapeutica prolungata è di sicuro beneficio, con effetti positivi misurabili nel tempo.

screen_AMICO parte 3_Omega3

In ambito di prevenzione, quanto conta l’approccio dietologico?

Sicuramente il problema dietetico rappresenta oggi un’emergenza, con un’obesità infantile in forte crescita, in parte legata allo stile di vita, ai ritmi irregolari dei pasti, ma al cibo sono associate anche problematiche di natura sociale che rendono difficile affrontare il tema in modo asettico. All’Ospedale di Copertino crediamo molto nell’importanza del rapporto alimentazione/prevenzione, soprattutto per quanto riguarda i pazienti diabetici, e all’interno dell’ambulatorio cardiometabolico abbiamo anche un progetto dedicato a loro.
Si tratta di un’iniziativa gestita da un endocrinologo e da una dietista, alla quale i soggetti partecipano in piccoli gruppi insieme alle rispettive mogli (…o mariti…), analizzando insieme le modalità con cui fanno la spesa e cucinano, che tipo di dieta settimanale seguono, quali alimenti prediligono, in che dosi, a che ora mangiano, e si scambiano persino ricette e consigli.
Questo confronto diretto tra i pazienti permette di tracciare delle linee guida condivise tra persone che hanno lo stesso problema, creando un approccio psicologico all’alimentazione, con un supporto reciproco che aiuta a rispettare nel tempo gli impegni relativi alla dieta.

I risultati di questo progetto sono soddisfacenti?

Certo, siamo molto contenti. Parametri metabolici a parte, questo approccio risponde a un nuovo modo di vedere la dietistica. Per ottenere risultati positivi non basta prescrivere una dieta, che rappresenterebbe soltanto una coercizione psicologica; il tutto deve costituire un momento di scambio fra l’operatore e il paziente, di condivisione di un problema, così da poter modificare i propri atteggiamenti alimentari.
Bisogna considerare che la dieta, per il diabetico e specialmente per l’obeso, è qualcosa di “opprimente”, perciò un conforto psicologico aiuta a sviluppare un atteggiamento diverso nei confronti dell’alimentazione.
Posso solo aggiungere che i nostri pazienti rispondono bene, partecipano volentieri all’iniziativa e al termine delle sedute dimostrano maggiore serenità e consapevolezza.

Parlando invece di prevenzione secondaria, qual è l’aspetto più importante da sottolineare?

Non c’è dubbio che l’aderenza alla terapia risulti cruciale nella prevenzione secondaria, cioè dopo un infarto; questo problema oggi sta diventando veramente serio, perché disponiamo di osservazioni di lunga portata, che mostrano chiaramente come gli effetti preventivi dei farmaci di prevenzione secondaria risultino fortemente attenuati dal fatto che i pazienti non sono aderenti alla terapia, interrompendola o seguendola irregolarmente.
In questo quadro lo stile di vita risulta invece forse meno rilevante, perché la maggior parte dei pazienti, al contrario di quanto accade in prevenzione primaria, è perfettamente consapevole del fatto che certe abitudini vadano modificate dopo l’evento cardiovascolare.

Ultimo aggiornamento: 23/08/2016