Le malattie cardiovascolari come infarto e ictus restano la prima causa di morte in Europa, ma una migliore aderenza terapeutica dopo un evento e l’assunzione a dosi adeguate di farmaci a base di acidi grassi omega-3 EPA e DHA, sarebbero in grado di ridurre sensibilmente il numero di decessi.
 

Secondo i risultati di un’indagine recentemente pubblicata dall’Ufficio Statistico dell’Unione Europea – Eurostat sulle cause di morte del 2013 nel nostro continente, risulta che più di 1 decesso su 5 (in totale 1,1 milioni) è stato causato da infarto (12,9%) o ictus (8,7%).
Numeri molto significativi – specchio di uno stile di vita certamente non adeguato alla prevenzione delle malattie cardiovascolari – tuttavia in miglioramento rispetto a un decennio fa. Nel 2000, infatti, la percentuale arrivava a superare il 28% con il 16,6% di infarti e l’11,5% di ictus.

Per quanto riguarda l’Italia, lo studio relativo al 2013 dice che ci posizioniamo sotto alla media europea per quanto riguarda gli infarti, con l’11,9% di decessi (71.000), e appena sopra per gli ictus, con il 9,7% (58.000). Numeri in calo rispetto al 2.000 rispettivamente dell’1,2% e del 2,3%.

La Francia risulta la nazione europea con meno morti dovute a queste due malattie, rispettivamente il 6% e il 5,7%, mentre le percentuali dei Paesi dell’est sono molto elevate, con la Lituania nettamente in testa alla poco invidiabile classifica delle morti per infarto (36,7%) e la Bulgaria per quelle causate da ictus (19,7%).

Va sottolineato che questi dati sono relativi alla popolazione generale, ma le differenze per fascia di età sono naturalmente significative, con un aumento progressivo del rischio dopo i 45 anni.

Peggio di un infarto? Un secondo infarto

Sul risultato complessivo incide poi un aspetto a volte trascurato, ovvero i molti soggetti che muoiono a causa di un secondo infarto, dopo essere sopravvissuti a un primo evento.

Prevenire un reinfarto, che colpisce oggi in più del 20% dei casi, sarebbe dunque un ottimo modo per abbassare la percentuale di morti per malattie cardiovascolari, ma purtroppo spesso il paziente non fa tutto il possibile per ridurre questo rischio, non segue il trattamento con attenzione, o peggio smette di assumere i farmaci prescritti, che potrebbero invece salvargli la vita.

La scarsa aderenza terapeutica è dunque uno dei primi nemici da combattere nel postinfarto, e per farlo è necessario che medico e paziente instaurino un rapporto di reciproca fiducia, basato sul dialogo costruttivo e sulla correttezza dell’informazione, come evidenzia il Prof. Massimo Uguccioni, Direttore dell’U.O.C. di Cardiologia presso l’Ospedale S. Camillo di Roma.

Ad esempio, sarebbe utile che a tutti i soggetti colpiti da infarto venisse spiegato chiaramente che l’assunzione di farmaci con omega-3 EPA e DHA in concentrazione superiore all’85% riduce la mortalità e l’insorgenza di un secondo infarto.

 

Ultimo aggiornamento: 11/07/2016